Religione - Avvento 2020, meditazione Cardinale padre CantalaMessa

 Interessante meditazione del cardinale padre Cantalamessa di cui colpisce il passo:

"...Iniziamo meditando oggi sulla prima di queste “massime eterne”: la morte. "Memento Mori": ricordati che morirai. I monaci Trappisti l’hanno scelto come motto del loro Ordine e lo scrivono nei luoghi di passaggio del monastero..."

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L'omelia trascritta e' al seguente link:

https://www.cercoiltuovolto.it/approfondimenti/p-raniero-cantalamessa-prima-predica-di-avvento-2020/

"....Più credibile, su questo punto, è il pensiero di un altro filosofo, Martin Heidegger, che pure parte da premesse analoghe e si muove nello stesso alveo dell’esistenzialismo. Definendo l’uomo “un-essere-per-la-morte” , egli fa della morte non un incidente che pone fine alla vita, ma la sostanza stessa della vita, ciò di cui essa è fatta. Vivere è morire. L’uomo non può vivere senza bruciare e accorciare la vita. Ogni minuto che passa è sottratto alla vita e consegnato alla morte, come, percorrendo in auto una strada, vediamo case ed alberi scomparire velocemente dietro di noi. Vivere per la morte significa che la morte non è solo la fine, ma anche il fine della vita. Si nasce per morire, non per altro.

Qual è allora – si domanda il filosofo – quel “nucleo solido, certo e invalicabile”, al quale la coscienza richiama l’uomo e sul quale deve fondarsi la sua esistenza, se vuole essere “autentica”? Risposta: il suo nulla! Tutte le possibilità umane sono, in realtà, delle impossibilità. Ogni tentativo di progettarsi e di elevarsi è un salto che parte dal nulla e finisce nel nulla . Non resta che rassegnarsi, fare – come si dice – di necessità virtù e amare anzi il proprio destino. Una versione moderna del “amor Fati” degli Stoici.
Sant’Agostino aveva anticipato anche questa intuizione del pensiero moderno sulla morte, ma per trarne una conclusione totalmente diversa: non il nichilismo, ma fede nella vita eterna.

Quando nasce un uomo – scriveva – si fanno tante ipotesi: forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero; forse vivrà a lungo, forse no… Ma di nessuno si dice: forse morirà o forse non morirà. Questa è l’unica cosa assolutamente certa della vita. Quando sappiamo che uno è malato di idropisia [allora era questa la malattia incurabile, oggi sono altre] diciamo: Poveretto, deve morire; è condannato, non c’è rimedio”. Ma non dovremmo dire lo stesso di uno che nasce? “Poveretto, deve morire, non c’è rimedio, è condannato!”. Che differenza fa se in un tempo un po’ più lungo, o un po’ più breve? La morte è la malattia mortale che si contrae nascendo .

Dante Alighieri ha condensato in un solo verso questa visione agostiniana; definisce la vita umana sulla terra “ un vivere ch’è un correre alla morte” ...."


"...C’è un punto da cui osservare questo immenso quadro e decifrarne il significato. È la “fine”, cioè la morte, a cui segue immediatamente il giudizio di Dio (cf. Eb 9, 27). Visto da qui, tutto assume il suo giusto valore. La morte è la fine di tutte le differenze e le ingiustizie che esistono tra gli uomini. La morte, diceva il nostro attore comico Totò, è una “livella”, azzera tutti i privilegi. Quante guerre, quante crudeltà in meno si commetterebbero sulla terra se i violenti e gli oppressori dei popoli pensassero che anche loro presto dovranno morire!

Guardare la vita dal punto di osservazione della morte, dà un aiuto straordinario a vivere bene. Sei angustiato da problemi e difficoltà? Pòrtati avanti, còllocati al punto giusto: guarda queste cose dal letto di morte. Come vorresti allora avere agito? Quale importanza daresti a queste cose? Hai un contrasto con qualcuno? Guarda la cosa dal letto di morte. Cosa vorresti aver fatto allora: aver vinto, o esserti umiliato? Aver prevalso, o aver perdonato?

Il pensiero della morte ci impedisce di attaccarci alle cose, di fissare quaggiù la dimora del cuore, dimenticando che “non abbiamo quaggiù dimora stabile” (Eb 13, 14). L’uomo, dice un salmo, “quando muore con sé non porta nulla, né scende con lui la sua gloria” (Sal 49, 18). Nell’antichità, si usava seppellire i re con i loro gioielli. Questo incoraggiava, naturalmente, la pratica di violare le tombe per asportarne i tesori. Sono state ritrovate tombe del genere, in cui, per tenere lontani i profanatori, veniva posta sopra il sarcofago una scritta: “Qui ci sono solo io”. Come era vera quella scritta, anche se la tomba nascondeva, di fatto, gioielli! “L’uomo, quando muore, con sé non porta nulla”...."

"...“Vegliate!”

Sorella morte è davvero una buona sorella maggiore e una buona pedagoga. Ci insegna tante cose, se soltanto la sappiamo ascoltare con docilità. La Chiesa non ha paura di mandarci a scuola da lei. Nella liturgia del mercoledì delle ceneri, c’è una antifona dai toni forti, che suona ancora più forte nel testo originale latino. Dice: “Emendiamo in meglio ciò che abbiamo commesso di male per ignoranza. Non avvenga che raggiunti improvvisamente dall’ora della morte, cerchiamo uno spazio per fare penitenza e non lo troviamo più” . Un giorno, un’ora sola, una buona confessione: come ci apparirebbero diverse queste cose in quel momento! Come le preferiremmo a scettri e regni, a lunga vita, a ricchezza e a salute!..."

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